Regime forfettario: Metà delle Partite IVA sotto i 20.000 Euro l’anno
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Il regime forfettario continua a crescere senza sosta, ma i numeri contenuti nella Relazione sul rendiconto generale dello Stato, presentata dalla Corte dei Conti il 24 giugno 2026, raccontano una realtà diversa da quella spesso descritta nel dibattito pubblico: quasi la metà dei contribuenti forfettari dichiara ricavi inferiori a 20.000 euro l’anno, mentre il costo del regime per le casse dello Stato ha superato ogni previsione.
In questo articolo analizziamo in dettaglio i dati ufficiali, le cause dello scostamento di spesa rispetto alle stime iniziali, la distribuzione per fasce di reddito, professione e area geografica, e le criticità sollevate dai magistrati contabili su equità fiscale e crescita economica delle micro-imprese italiane.
I numeri chiave del rapporto 2026
Secondo l’analisi della Corte dei Conti, riferita al periodo d’imposta 2024 (l’ultima annualità disponibile), il quadro del regime forfettario si presenta così:
- 2.027.665 contribuenti hanno aderito al regime forfettario nel 2024, superando per la prima volta la soglia dei 2 milioni.
- Si tratta di una crescita del 3,5% rispetto al 2023 e del 24,7% rispetto al 2019.
- I forfettari rappresentano ormai il 52% di tutte le Partite IVA che hanno presentato la dichiarazione dei redditi in Italia (su un totale di circa 3,8 milioni di soggetti).
- Il costo strutturale del regime per lo Stato è stimato in oltre 3,4 miliardi di euro l’anno in minor gettito, una cifra alla quale si aggiungono perdite fiscali non previste: circa 495 milioni in più nel 2024 e 315 milioni in più nel 2025.
Questa espansione è legata soprattutto all’innalzamento della soglia di accesso, passata da 65.000 a 85.000 euro a partire dal periodo d’imposta 2023, una modifica che ha ampliato in modo significativo la platea dei beneficiari.
Metà dei forfettari sotto i 20.000 euro di ricavi: la distribuzione per fasce di reddito
Il dato più interessante riguarda la distribuzione dei contribuenti per fasce di ricavi dichiarati. La fotografia scattata dalla Corte dei Conti mostra una forte concentrazione nelle fasce basse:
| Fascia di ricavi | Numero di soggetti | % sul totale |
| 0 – 20.000 euro | 936.000 | ~46% |
| 20.001 – 50.000 euro | 733.830 | ~36% |
| 50.001 – 80.000 euro | 276.758 | ~14% |
| Oltre 80.000 euro | 81.077 | ~4% |
La fascia 0-20.000 euro è di gran lunga la più numerosa, con quasi la metà dell’intera platea forfettaria. All’interno di questo gruppo, 72.374 contribuenti non hanno dichiarato alcun ricavo nel periodo d’imposta considerato, pur mantenendo la Partita IVA attiva in regime forfettario.
Va inoltre segnalato che 726.592 soggetti (oltre un terzo del totale) si trovano nel quinquennio di “prima attività” e beneficiano quindi dell’aliquota agevolata al 5%, invece del 15% ordinario.
Un’altra fascia rilevante è quella tra i 50.000 e gli 80.000 euro: qui si concentrano molti autonomi e professionisti che, con la vecchia soglia di 65.000 euro, sarebbero usciti dal regime agevolato. Proprio questo segmento, secondo la Corte, è alla base del principale scostamento di spesa rispetto alle previsioni.
Perché lo Stato ha sottostimato il costo del regime forfettario
La Relazione spiega in modo chiaro il meccanismo che ha portato a un costo superiore alle attese. Il fattore principale non riguarda tanto i nuovi ingressi nel regime, quanto i contribuenti che erano già forfettari prima del 2023, con ricavi concentrati nella fascia immediatamente inferiore alla vecchia soglia (tra 55.000 e 65.000 euro).
Con l’innalzamento del tetto a 85.000 euro, questi contribuenti non hanno dovuto cambiare regime, ma hanno potuto espandere il proprio fatturato restando comunque protetti dalla tassazione sostitutiva del 15%, riducendo così il gettito IRPEF che lo Stato avrebbe altrimenti incassato applicando le aliquote progressive ordinarie.
In pratica, molti lavoratori autonomi che in passato “frenavano” volontariamente il fatturato appena sotto i 65.000 euro per non passare al regime ordinario, si sono spostati verso la nuova soglia di 85.000 euro, continuando a beneficiare della flat tax. Questo effetto indiretto, non adeguatamente considerato nei modelli di stima originari, ha generato l’extra-costo di quasi mezzo miliardo di euro nel solo 2024.
Chi usa di più il regime forfettario: le professioni più rappresentate
Guardando alla composizione per attività economica, sono i professionisti a rappresentare la quota più consistente dei forfettari, occupando quasi la metà delle prime venti categorie censite. La classifica delle attività più diffuse vede:
- Avvocati: 154.828 soggetti (7,44% del totale)
- Consulenza aziendale e amministrativo-gestionale: 74.462 soggetti (3,58%)
- Psicologi: 72.721 soggetti (3,50%)
- Studi di architettura: 69.790 soggetti (3,35%)
- Attività paramediche indipendenti: 66.304 soggetti (3,19%)
Seguono con percentuali significative anche i parrucchieri e barbieri (2,72%) e i muratori e altre attività edili artigiane (2,39%), a conferma di come il regime agevolato attragga sia il mondo delle libere professioni sia quello dell’artigianato e dei servizi alla persona.
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Il divario Nord-Sud nei redditi dei forfettari
La ripartizione geografica conferma la concentrazione dei forfettari nelle regioni economicamente più grandi: la Lombardia guida la classifica con 356.469 soggetti, seguita da Lazio, Campania, Piemonte e Veneto.
Più marcato è però il divario nei redditi medi dichiarati tra Nord e Sud Italia:
- Al Nord, le aree con i redditi medi più alti sono la Provincia Autonoma di Bolzano, la Lombardia, la Provincia Autonoma di Trento, il Veneto e l’Emilia-Romagna, con medie comprese tra 18.000 e 20.000 euro annui.
- Al Sud, Calabria, Campania, Puglia e Molise registrano invece medie più basse, tra 14.000 e 15.000 euro annui.
Il divario tra le due aree del Paese si attesta quindi intorno al 30%, un dato che riflette differenze strutturali nell’economia locale più che nel regime fiscale in sé.
Le critiche della Corte dei Conti: equità, crescita e mancanza di analisi d’impatto
Il rapporto si chiude con tre rilievi di natura economica e costituzionale che meritano attenzione da parte di chi opera in regime forfettario o valuta di aprire una Partita IVA.
1. Erosione dell’equità orizzontale
L’ampliamento della soglia ha aumentato le disparità di trattamento fiscale a parità di reddito. Un lavoratore autonomo in regime forfettario, applicando la deduzione forfettaria e l’aliquota sostitutiva, arriva a versare complessivamente molto meno di un lavoratore dipendente o di un pensionato con lo stesso reddito lordo, allontanando il sistema fiscale dal principio di progressività sancito dall’articolo 53 della Costituzione. Anche in sede europea sono state espresse osservazioni simili sulla dipendenza eccessiva del sistema fiscale italiano dal prelievo su lavoro dipendente e pensioni, a fronte di regimi sostitutivi che erodono la base imponibile.
2. Il rischio della “trappola dimensionale”
Il regime forfettario, per costruzione, prevede un tetto oltre il quale si perdono i benefici fiscali. Questo può generare un disincentivo strutturale alla crescita: molte micro-imprese e professionisti preferiscono contenere il fatturato entro la soglia, oppure frammentare artificialmente l’attività (ad esempio dividendo un’unica attività tra più soggetti), pur di non superare il limite e non passare al regime ordinario, con relativo aumento della pressione fiscale e degli adempimenti.
3. Assenza di valutazioni d’impatto
La Corte dei Conti segnala che il Ministero dell’Economia e delle Finanze non ha ancora condotto analisi econometriche controfattuali ex post per verificare se il regime forfettario abbia realmente favorito l’emersione di base imponibile precedentemente non dichiarata, oppure se si sia tradotto semplicemente in uno sconto fiscale per soggetti che sarebbero comunque rimasti nel sistema.
Nonostante questi rilievi, dal punto di vista politico il regime forfettario resta uno strumento molto radicato e difficilmente modificabile nel breve termine, data la sua diffusione capillare tra Partite IVA individuali e piccole attività professionali.
Cosa significa questo rapporto per chi ha (o vuole aprire) una Partita IVA forfettaria
Al di là del dibattito sulla finanza pubblica, questi dati offrono alcuni spunti pratici utili:
- Se il tuo fatturato è sotto i 20.000 euro, non sei un’eccezione: sei nella fascia più numerosa dell’intera platea forfettaria. Vale comunque la pena verificare se il regime forfettario resti la scelta più conveniente rispetto ai costi fissi di gestione della Partita IVA (contributi INPS minimi, costi di commercialista, eventuale bollo).
- Se ti stai avvicinando alla soglia di 85.000 euro, è importante monitorare con attenzione i ricavi incassati (il limite si verifica per cassa, non per competenza), per evitare di superare accidentalmente i 100.000 euro, soglia oltre la quale l’uscita dal regime è immediata e non differita all’anno successivo.
- Il dibattito sull’equità fiscale del regime non è chiuso: eventuali futuri interventi legislativi potrebbero rivedere soglie, aliquote o requisiti di accesso, per cui è utile tenersi aggiornati anno per anno sulle novità della Legge di Bilancio.
Domande frequenti (FAQ)
Quanti sono oggi i contribuenti in regime forfettario in Italia?
Secondo l’ultima Relazione della Corte dei Conti, nel periodo d’imposta 2024 i contribuenti in regime forfettario hanno superato i 2 milioni (2.027.665 soggetti), pari al 52% di tutte le Partite IVA che presentano dichiarazione dei redditi.
È vero che quasi metà dei forfettari guadagna meno di 20.000 euro l’anno?
Sì. La fascia 0-20.000 euro di ricavi è la più numerosa, con circa 936.000 soggetti, pari a circa il 46% del totale dei forfettari. Di questi, oltre 72.000 non hanno dichiarato alcun ricavo nell’anno considerato.
Quanto costa il regime forfettario allo Stato ogni anno?
Il costo strutturale stimato dalla Corte dei Conti è di oltre 3,4 miliardi di euro l’anno in minor gettito, a cui si sono aggiunti extra-costi imprevisti di circa 495 milioni nel 2024 e 315 milioni nel 2025, dovuti principalmente all’innalzamento della soglia di accesso da 65.000 a 85.000 euro.
Perché il costo del regime è stato sottostimato rispetto alle previsioni iniziali?
Perché molti contribuenti già in regime forfettario, con ricavi tra 55.000 e 65.000 euro (poco sotto la vecchia soglia), hanno potuto espandere il proprio fatturato fino a 85.000 euro restando comunque nella flat tax al 15%, un effetto indiretto che i modelli di previsione originari non avevano adeguatamente calcolato.
Quali sono le professioni più diffuse tra i forfettari?
Al primo posto ci sono gli avvocati (154.828 soggetti), seguiti da consulenti aziendali e gestionali, psicologi, architetti e professionisti dell’area paramedica. Rilevanti anche parrucchieri/barbieri e muratori.
Il regime forfettario rischia di essere modificato o abolito?
Al momento la Legge di Bilancio 2026 ha confermato la soglia di 85.000 euro senza modifiche strutturali. Tuttavia, la Corte dei Conti e alcune raccomandazioni europee hanno sollevato criticità su equità fiscale e mancanza di valutazioni d’impatto, per cui non si esclude che il tema torni in discussione nelle prossime manovre di bilancio.
Cosa succede se supero la soglia di 85.000 euro di ricavi?
Se i ricavi restano tra 85.000 e 100.000 euro, l’uscita dal regime forfettario scatta dall’anno successivo. Se invece si superano i 100.000 euro nello stesso anno, l’uscita è immediata, con applicazione dell’IVA sulle operazioni che determinano il superamento della soglia.
Conclusione
Il rapporto della Corte dei Conti presentato a giugno 2026 offre una fotografia dettagliata e per molti versi sorprendente del regime forfettario italiano: da un lato uno strumento sempre più diffuso, utilizzato da oltre la metà delle Partite IVA italiane; dall’altro un regime la cui platea reale è composta in larga parte da soggetti con ricavi molto contenuti, spesso sotto i 20.000 euro l’anno, e non solo da professionisti vicini alla soglia massima di 85.000 euro come talvolta si tende a immaginare.
Allo stesso tempo, i rilievi sui costi non previsti, sull’equità orizzontale e sul rischio di disincentivo alla crescita aprono un dibattito destinato probabilmente a proseguire nei prossimi anni, in un contesto in cui l’Unione Europea chiede da tempo all’Italia di ampliare la base imponibile e ridurre la dipendenza da regimi sostitutivi.
Per chi gestisce una Partita IVA in regime forfettario, il consiglio pratico resta lo stesso: monitorare con attenzione i propri ricavi, valutare periodicamente la convenienza del regime rispetto alla propria situazione specifica, e restare aggiornati sulle novità normative che ogni Legge di Bilancio può introdurre.
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Fonti
- Corte dei Conti, Relazione sul rendiconto generale dello Stato 2025, presentata il 24 giugno 2026
- Il Sole 24 Ore – “Partite Iva, metà dei forfettari sotto i 20mila euro di ricavi”
- Informazione Fiscale – “Regime forfettario, una ‘trappola’ per le partite IVA che costa più di 3,4 miliardi all’anno”
- Agenzia delle Entrate – Regime forfettario