Partite IVA e fedeltà fiscale: l’allarme dell’UPB e perché l’Italia è tra i peggiori in Europa

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Il 10 giugno 2026 l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB) ha presentato alla Camera dei Deputati il Rapporto sulla politica di bilancio 2026, accendendo i riflettori su un tema che riguarda direttamente milioni di titolari di partita IVA: la fedeltà fiscale dei lavoratori autonomi in Italia, definita dalla presidente UPB Lilia Cavallari tra le più basse dell’Unione Europea.

Si tratta di un’analisi che arriva in un momento delicato, a pochi giorni dal Country Report 2026 della Commissione Europea (pubblicato il 3 giugno 2026), che ha nuovamente richiamato l’Italia a intervenire sul regime forfettario e sulle agevolazioni fiscali considerate “distorsive”. In questo articolo analizziamo nel dettaglio cosa ha detto l’UPB, quali dati la sostengono, e cosa significa concretamente per chi ha (o sta per aprire) una partita IVA.

Cosa ha detto l’UPB: i punti principali del rapporto

Nella sua relazione di presentazione del Rapporto sulla politica di bilancio 2026, la presidente Cavallari non ha usato mezzi termini: nonostante i risultati nell’azione di contrasto all’evasione ottenuti anche grazie al rafforzamento degli strumenti digitali e a una maggiore propensione all’adempimento spontaneo, l’UPB considera ancora molto elevata la propensione alla fuga dall’IRPEF dei lavoratori autonomi.

Secondo l’UPB, restano inoltre aperti altri due fronti critici:

  • inefficienze nella riscossione, soprattutto a livello di amministrazioni locali;
  • ampi margini di miglioramento nell’analisi del rischio di evasione, cioè negli strumenti che dovrebbero permettere al Fisco di individuare in anticipo i contribuenti più a rischio.

Va detto che il quadro non è del tutto negativo. Il rafforzamento degli strumenti digitali e una maggiore propensione all’adempimento spontaneo hanno portato a un recupero dell’evasione pari a 36,2 miliardi di euro, in aumento di 2,8 miliardi nel 2025, come indicato nel Documento di Finanza Pubblica (DFP). Inoltre, la propensione al lavoro sommerso è diminuita nell’ultimo decennio. Il problema, secondo l’UPB, è che questi progressi non bastano: “l’Italia ha tuttora un tasso di fedeltà fiscale tra i più bassi nell’Unione Europea”.

I numeri del tax gap: 59,8% e 37 miliardi di euro

Il giudizio dell’UPB non nasce dal nulla: si inserisce in un filone di analisi già avviato a livello europeo. Nel documento “Mind the Gap”, pubblicato dalla Commissione Europea a dicembre 2025, viene certificato che il tax gap dei lavoratori autonomi in Italia raggiunge il 59,8%, cioè quasi sei euro su dieci di imposte teoricamente dovute dai lavoratori autonomi non vengono effettivamente versati.

In termini assoluti, questo si traduce in circa 37 miliardi di euro di tasse non riscosse ogni anno.

A questo si aggiunge un altro dato rilevante: secondo le stime della Commissione, le cosiddette tax expenditures, cioè le agevolazioni fiscali che riducono il gettito per lo Stato, valgono complessivamente circa 119 miliardi di euro nel 2025, pari al 5,8% del PIL italiano. Tra queste rientrano anche i benefici legati al regime forfettario.

Perché il regime forfettario è di nuovo nel mirino dell’UE

Il 3 giugno 2026 la Commissione Europea ha pubblicato il Country Report 2026 sull’Italia, che contiene sei raccomandazioni. La prima riguarda direttamente il sistema fiscale: secondo Bruxelles, l’Italia dovrebbe rendere il regime tributario più favorevole alla crescita, intervenendo su tre fronti: riduzione del cuneo fiscale, contrasto all’evasione e revisione delle agevolazioni considerate distorsive per il mercato del lavoro. Il regime forfettario rientra in quest’ultima categoria.

È importante chiarire un punto: la Commissione non chiede l’abolizione della flat tax, ma una revisione che riduca le distorsioni che il regime introduce nel mercato del lavoro italiano, in particolare la differenza di trattamento fiscale tra lavoratori dipendenti e autonomi con redditi comparabili.

Il problema tecnico individuato dall’UE riguarda il cosiddetto “effetto soglia” degli 85.000 euro di ricavi. Chi resta al di sotto di questa soglia gode della flat tax al 15%, mentre chi la supera passa al regime ordinario con scaglioni IRPEF progressivi che variano dal 23% al 43%. Una discontinuità così marcata, secondo Bruxelles, spinge molti contribuenti a frenare deliberatamente la crescita del proprio fatturato — o a rimandare nuove fatture a fine anno — solo per non perdere il beneficio fiscale.

Va sottolineato che questa raccomandazione non è una novità: Bruxelles aveva già sollevato la questione nel 2024 e nel 2025, ma la pressione è aumentata in modo significativo nel 2026, soprattutto per il peggioramento dei conti pubblici italiani e il rapporto sempre più teso tra Roma e Bruxelles sulle politiche fiscali.

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Il paradosso italiano: boom di partite IVA, ma il lavoro dipendente è fermo

Mentre l’UPB lancia l’allarme sulla fedeltà fiscale, i dati ISTAT raccontano una crescita record dell’occupazione autonoma. Nel primo trimestre 2026 il numero degli occupati ha raggiunto 24 milioni e 207 mila persone, con un aumento di 67 mila unità rispetto al trimestre precedente. Ma si tratta di una crescita squilibrata: la crescita del lavoro coinvolge quasi esclusivamente lavoratori autonomi e liberi professionisti, mentre il lavoro dipendente registra una sostanziale stagnazione.

Il dato si riflette anche nei numeri delle nuove aperture di partita IVA: tra gennaio e marzo 2026 sono state aperte 184.895 nuove partite IVA, oltre la metà delle quali (56,3%) ha aderito al regime forfettario, secondo l’Osservatorio del Ministero delle Finanze — e questo nonostante le pressioni internazionali per una riforma o abolizione del regime.

La questione dell’equità orizzontale: chi paga di più e chi di meno

Un altro tema centrale del Rapporto UPB riguarda quella che gli economisti chiamano “equità orizzontale”, cioè il principio per cui contribuenti con redditi simili dovrebbero sostenere un carico fiscale simile, indipendentemente dalla fonte del reddito (lavoro dipendente, pensione, lavoro autonomo).

Secondo l’UPB, la riforma IRPEF degli ultimi anni ha effettivamente ridotto il carico fiscale sui redditi medi, soprattutto attraverso l’introduzione di specifici tax credit e l’aumento delle detrazioni. Tuttavia, l’aumento della progressività per i lavoratori dipendenti e pensionati, combinato con l’ampliamento dei regimi sostitutivi ad aliquota piatta (la flat tax), ha prodotto l’effetto opposto a quello dichiarato: ha esacerbato le disparità di trattamento tra diverse tipologie di reddito, allontanando l’obiettivo di equità orizzontale previsto dalla delega di riforma fiscale.

In sintesi, secondo l’UPB: da un lato ci sono i redditi da lavoro dipendente e le pensioni, sottoposti a un sistema di progressività sempre più marcato; dall’altro i lavoratori autonomi, per i quali si sono ampliati i regimi a tassazione fissa, indipendentemente dal livello di reddito effettivo.

Anche le imprese sotto osservazione: il nodo degli incentivi

Il Rapporto UPB non si limita ai lavoratori autonomi. Anche la tassazione delle imprese viene analizzata criticamente. Secondo l’UPB, i principali beneficiari della riforma fiscale — in particolare della revisione IRPEF — sono le famiglie, che nel triennio guadagnerebbero circa 20 miliardi di euro. Al contrario, la tassazione delle imprese, soprattutto nel settore bancario e assicurativo, ha visto un aumento significativo, con misure come l’anticipo delle imposte sulle attività per imposte anticipate (DTA) o sulle perdite su crediti, per un totale di oltre 8,5 miliardi nel triennio.

Sul fronte degli incentivi alle imprese, l’UPB segnala che le agevolazioni si sono accumulate nel tempo in un insieme disorganico e complesso di misure. La raccomandazione è di procedere a una riorganizzazione che offra prospettive di investimento stabili, concentrando le misure nei settori strategici e favorendo le imprese con minore capacità di investimento autonomo, in linea con i programmi europei per la competitività e l’autonomia produttiva.

Un esempio concreto riguarda l’ultimo incentivo di iper-amortamento: secondo l’UPB, questa misura tende a favorire principalmente le imprese già profittevoli, penalizzando start-up e imprese innovative che, pur investendo e assumendo personale, non generano ancora profitti significativi.

Il quadro macroeconomico: debito pubblico e crescita

Il Rapporto UPB si inserisce in un contesto di finanza pubblica sotto pressione. Il rapporto debito/PIL è aumentato al 137,1% nel 2025 (+2,4 punti rispetto al 2024) e dovrebbe raggiungere il 138,6% nel 2026, per poi scendere gradualmente fino al 136,3% nel 2029 — ma solo a condizione che vengano raggiunti gli obiettivi di dismissione di asset pubblici e riduzione delle disponibilità liquide del Tesoro.

In uno scenario avverso, con prezzi energetici più elevati e minore crescita, l’UPB stima che il debito potrebbe salire fino al 140% del PIL già nel 2026. Sul fronte della crescita, l’UPB prevede un aumento del PIL dello 0,5% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027 — stime giudicate “appena più moderate” anche per effetto delle tensioni internazionali in corso.

In questo contesto di margini di bilancio sempre più ridotti, il recupero dell’evasione fiscale — soprattutto quella legata al lavoro autonomo — diventa una leva sempre più importante per il Governo, sia per ragioni di equità che per ragioni di sostenibilità dei conti pubblici.

Cosa significa in pratica per chi ha (o vuole apri) una partita IVA

Per i titolari di partita IVA, in particolare quelli in regime forfettario, questo rapporto e le pressioni europee che lo accompagnano hanno alcune implicazioni concrete da monitorare nei prossimi mesi:

  • Possibili modifiche al regime forfettario: anche se la Commissione UE non chiede l’abolizione della flat tax, una revisione dell'”effetto soglia” degli 85.000 euro potrebbe arrivare nelle prossime manovre, magari con meccanismi di transizione graduale verso il regime ordinario invece dello “scalino” attuale.
  • Maggiori controlli e incroci di dati: l’invito dell’UPB a migliorare “l’analisi del rischio di evasione” lascia presagire un utilizzo sempre più intenso di strumenti digitali (fatturazione elettronica, dati ISA, banche dati incrociate) per individuare anomalie nei redditi dichiarati.
  • Attenzione alla causa ostativa per i “contratti misti”: con la Legge 203/2024, in vigore dal 12 gennaio 2025, è stata rimossa la causa ostativa “d-bis” per i professionisti iscritti ad albi o registri professionali che, oltre al lavoro autonomo, hanno anche un rapporto di lavoro dipendente, a condizione che vi sia separazione tra le due attività.
  • Niente Concordato Preventivo Biennale per i forfettari: a partire dal 1° gennaio 2025, i contribuenti in regime forfettario non possono più aderire al Concordato Preventivo Biennale, uno strumento che invece resta disponibile per altri contribuenti soggetti agli ISA.

In generale, la combinazione tra pressioni europee, esigenze di bilancio italiane e crescita record delle partite IVA forfettarie suggerisce che i prossimi anni potrebbero portare aggiustamenti normativi anche per chi opera già correttamente: tenere una contabilità accurata, conservare la documentazione e verificare periodicamente i limiti di accesso al regime resta quindi fondamentale.

Domande frequenti (FAQ)

Cos’è il Rapporto sulla politica di bilancio dell’UPB? È un documento annuale che l’Ufficio Parlamentare di Bilancio presenta al Parlamento per analizzare l’andamento dell’economia e della finanza pubblica italiana, fornendo un contributo indipendente alla valutazione delle politiche economiche e di bilancio del Governo.

Cosa significa “tax gap” e quanto vale per i lavoratori autonomi in Italia? Il tax gap è la differenza tra le imposte teoricamente dovute e quelle effettivamente versate. Secondo il documento europeo “Mind the Gap” di dicembre 2025, per i lavoratori autonomi italiani questo divario raggiunge il 59,8%, equivalente a circa 37 miliardi di euro all’anno.

Il regime forfettario verrà abolito nel 2026? No. La Commissione Europea ha chiesto una revisione del regime, non la sua abolizione. L’obiettivo dichiarato è ridurre le distorsioni legate alla soglia degli 85.000 euro, non eliminare la tassazione forfettaria al 15%.

Perché l’UPB parla di “disparità” tra autonomi e dipendenti? Perché, secondo l’UPB, l’aumento della progressività IRPEF per i redditi da lavoro dipendente e pensione, unito all’ampliamento dei regimi a tassazione fissa per gli autonomi, ha accentuato le differenze di trattamento tra categorie di reddito comparabili, allontanando l’obiettivo di equità orizzontale.

I forfettari possono ancora usare il Concordato Preventivo Biennale? No. Dal 1° gennaio 2025 i contribuenti in regime forfettario sono esclusi dal Concordato Preventivo Biennale, che resta invece accessibile ad altri contribuenti soggetti agli ISA.

Conclusione

Il Rapporto UPB 2026 conferma un problema che il sistema fiscale italiano si porta avanti da anni: una fedeltà fiscale dei lavoratori autonomi tra le più basse d’Europa, con un tax gap superiore al 59% secondo le stime della Commissione UE. Allo stesso tempo, il numero di partite IVA — soprattutto in regime forfettario — continua a crescere a ritmi record, mentre il lavoro dipendente resta stagnante.

La pressione europea per una revisione del regime forfettario, unita alle esigenze di bilancio interne (debito pubblico oltre il 137% del PIL), rende probabile che nei prossimi mesi si discuta di nuovi aggiustamenti normativi. Per chi gestisce una partita IVA, la cosa più importante resta tenere una gestione fiscale trasparente e aggiornata, monitorando con attenzione eventuali modifiche ai limiti di accesso e alle regole del regime forfettario nelle prossime leggi di bilancio.


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